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Categoria: Biosinergia

uova canapa

Uova di Eggs: la gallina ad alimentazione biologica, con semi di canapa

(InsanelyNews) Ci sono diversi metodi per alimentare una gallina e oggi come oggi le uova che troviamo in commercio, provengono perlopiù dalla grande distribuzione.

Ma la grande distribuzione si avvale di allevamenti intensivi, dove le galline non vivono in maniera naturale e vengono mal-alimentate e curate se necessario con alimenti e medicine, appunto, che possiamo poi ritrovare, analizzandolo, all’interno delle uova, che poi per nostra sfortuna, mangeremo…

Può succedere come negli ultimi tempi, che a causa dell’estate molto calda, alcuni allevamenti di galline ovaiole adibite alla produzione internazionale, si ritrovano infestati da acari e pidocchi delle galline e ricorrono all’uso del fipronil, che è praticamente il principio attivo contenuto all’interno delle pipette che si usano per gli animali domestici, contro zecche e pulci.

Questo ha fatto scattare i controlli a tappeto e man mano se ne stanno scoprendo sempre di più, altri saranno già corsi ai ripari però…

Diventa fondamentale quindi, conoscere la provenienza di quello che ingeriamo, in quanto con buona probabilità contribuirà alle nostre sofferenze e alla nostra morte.

 

 

Vi riporto un esempio lampante, ma in Italia ne esistono molti.

Le uova di Eggs.

Chi conosce Eggs, sa già che tutte le uova del bistrot di Trastevere sono accuratamente scelte da piccoli allevamenti sostenibili e biologici, che non usano pesticidi né altre sostanze. In tempi di allarmi sulla sicurezza, è importante sapere cosa si mangia. E allora ecco una panoramica degli allevamenti dai quali ci serviamo, tutti italiani e tutti di altissima qualità.

Un azienda esemplare

L’azienda agricola Silvia O, certificata bio, conta 2.500 galline livornesi, con una produzione di circa 1.200 uova al giorno, allevate in pollai fatti con legno di castagno e rispettando le caratteristiche di spazio richieste per un allevamento biologico. Caratteristica dell’azienda, la produzione di uova da galline nutrite con semi di canapa.
In seguito alle sperimentazioni scientifiche, è stato notato un aumento degli acidi grassi polinsaturi in misura di uno a tre rispetto alle uova provenienti da galline alimentate con mangimi “normali”, rendendo così  quelle “alla canapa” più leggere a livello di consistenza, digeribilità e sapore.

Le galline erano alimentate rispettivamente con semi di canapa, semi di lino e cereali di ogni tipo. Alla fine del periodo stabilito, è risultato che le uova delle galline alimentate a canapa erano più grandi e pesanti delle altre e molto ricche di grassi Omega-3.

Grassi buoni che uccidono il colesterolo cattivo.

Così ogni giorno nell’azienda abruzzese viene aggiunto un 15% in su di semi di canapa all’alimentazione delle galline. Che è composta da grano turco, crusca e cereali vari, tutti di provenienza locale e biologica.

 

Vi consiglio quindi non prendere alla leggere questo argomento, ne va della salute vostra e dei vostri figli.

 

Giuseppe Paglialonga

 

 

gallina e uova

La gallina, migliore amica dell’uomo: uova e smaltimento dei rifiuti organici

(InsanelyNews) A differenza di ciò che si potrebbe pensare, alcune ricerche hanno rivelato come questo animale, spesso sottovalutato, abbia delle caratteristiche insospettabili: ama interagire con l’uomo, ha una spiccata curiosità che gli permette di imparare cose nuove, si fida ciecamente dell’essere umano che si prende cura di lui e si mostra fedele ed affettuoso. E’ capace di instaurare un rapporto di affetto, specie con i più piccoli e con altri animali, quali cani o gatti, già presenti in famiglia.

La scelta di accogliere una gallina trova varie motivazioni, dalla disponibilità di uova fresche e di alta qualità ogni giorno (si calcola un risparmio di circa 100 euro all’anno), alla possibilità di un’alternativa allo smaltimento classico dei rifiuti ( una gallina mangia circa 200 chili di rifiuti organici ogni anno).

Nel 2013, il sindaco di un piccolo paese della Francia, ha addirittura investito nell’acquisto di 62 galline, date poi in adozione ad alcune famiglie allo scopo di abbattere i costi dei rifiuti domestici.
Anche le Star del cinema, della musica e dello spettacolo sembrano essere state contagiate dall’amore per le galline domestiche.

Jennifer Aniston ha raccontato in un’intervista che lei ha un orto che cura con passione e che le fornisce frutta e verdura ed un pollaio molto grande con una produzione di uova talmente elevata da offrirle in regalo ad amici e vicini.

Ma la storia più eclatante è quella che arriva dal quartiere Turro di Milano, la storia di Nina, la gallina che ha conquistato il web e la simpatia di migliaia di utenti semplicemente raccontando su Facebook, in prima persona, tutto ciò che succede intorno a lei, quasi come fosse un essere umano: il suo pranzo, la sua felicità nell’andare al mare e la tristezza per il rientro dalle vacanze.

In realtà a gestire il suo profilo c’è Silvia, che tramite le pagine del Corriere, spiega l’amicizia nata tra lei e la sua piccola Nina: “spesso si siede sul divano e guardiamo insieme la tv, credo riconosca le immagini degli altri animali”.
Curiosando su internet, sono moltissime le iniziative dedicate a chi, pur nutrendo una passione per questo animale, non ha le possibilità (di spazio o tempo) da dedicargli.

La formula più diffusa in tutta la penisola è “Adotta una gallina” dove, in seguito al pagamento di un canone mensile o annuale, agricoltori qualificati si occupano di curare e gestire per conto degli utenti, la gallina adottata e di fornire loro un buon numero di uova prodotte dalla gallina.

Meglio un uovo oggi e anche una gallina.

Una breve ricerca non fa mai male: wikipedia Gallus gallus domesticus

Facelia estinzione api

Api : la Facelia contro l’estinzione e come concime naturale per la terra

(InsanelyNews)  La Phacelia tanacetifolia (più nota comunemente con il nome di Facelia) è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Hydrophyllaceae (da wikipedia.org)
La Facelia è una pianta annuale con portamento eretto che può raggiungere un metro di altezza.

Il fusto è cavo. Le foglie pennate sono coperte di peli e assomigliano a quelle del tanaceto (per questo detta tanacetifolia). il fiore ha un’infiorescenza scorpioide con fioritura ascalare che si protrae per diverse settimane, di colore violetto-bluastro. I cinque stami e i due stili escono chiaramente dal fiore a cinque petali.

L’infiorescenza

ha la caratteristica di essere arrotolato a spirale che la rende particolarmente bella per cui la Facelia viene usata anche come fiore reciso sia fresco che essiccato. Il fiore produce polline e nettare di altissima qualità e attrae le api portando ad una produzione di miele che raggiunge e supera i 10 qli/ha: è una buona pianta mellifera.

Nel centro e nord Europa viene utilizzata come foraggera per fornire fibra di alta qualità ai bovini.

Il Vicentino particolarmente interessato al fiore “ salva – api ”, con una spettacolare infiorescenza violacea, che funziona anche come concime naturale una volta sfiorito.

Il Comune di Arcugnano si è fatto promotore da qualche mese, in collaborazione con Coldiretti e Sis, Società Italiana Sementi con sede a San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna, di divulgare la coltivazione della facelia. E la risposta del territorio è andata oltre le attese. Ad Arcugnano sono arrivate chiamate da tutta la Provincia, da Breganze a Sossano, da Trissino a Zovencedo, e i 200 chili di sementi a disposizione ai magazzini comunali di Torri per circa 20 ettari di terreno, forniti gratuitamente dalla Sis, sono praticamente già assegnati o prenotati.

“Si tratta per lo più di coltivatori diretti o apicoltori – spiega l’assessore all’ambiente Gino Bedin – un’azienda importante di Arcugnano ha già fissato sementi per 10-12 ettari, altre invece hanno prenotato per 5/6 ettari complessivi. E poi ci sono tante microrealtà che hanno chiesto sementi per 500 o 1000 metri quadrati di terreno. Abbiamo anche avviato una collaborazione con Zovecendo, per una superficie di 2000/3000 metri quadrati, in cui gli apicoltori hanno compreso il valore agronomico oltre che ambientale dell’operazione facelia e quindi sono già venuti a prendersi le sementi“.

 

“Ma ci hanno chiamato anche tanti privati – continua l’amministratore – persone che hanno chiesto di poterla coltivare nell’orto o nell’aiuola davanti casa. In questi giorni una piccola realtà di Altavilla, 500 metri di orto con 4 arnie di api, ha chiesto le sementi per procedere alla coltivazione. Saranno almeno una trentina i contatti che abbiamo avuto. I semi sono a disposizione gratuitamente, ma qualcuno era disposto pure a pagare per avere la facelia“.

Un fiore che al di là dell’aspetto estetico, sicuramente di grande impatto, rappresenta una sorta di concimazione naturale del terreno, perché una volta sfiorita lo arricchisce di materia organica naturalmente, senza contare che è una sorta di salvezza per le api e la produzione di miele di qualità, perché se seminata a giugno, fiorisce a luglio e agosto, periodo in cui le api vanno in difficoltà per la mancanza di fioriture.

“Stiamo praticamente già raccogliendo adesioni per un eventuale progetto il prossimo anno – aggiunge l’assessore Bedin – speriamo che la Sis appoggi nuovamente l’iniziativa. Si potrebbe anche pensare ad un progetto di consegna a domicilio delle sementi. L’idea ci era piaciuta subito, ma non era così scontato far passare il messaggio ai coltivatori, perché far crescere la facelia non porta reddito e quindi come secondo raccolto si potrebbe pensare ad altro, come la soia. Invece l’interesse è stato notevole, dai coltivatori diretti in primis e poi dagli hobbisti e apicoltori in particolare.Siamo decisamente soddisfatti dell’inaspettato successo dell’operazione, che speriamo di poter ripetere anche il prossimo anno, in modo da poter dare risposta alle tante richieste e continuare ad abbellire il territorio di Arcugnano”.

Acqua potabile dal mare con i pannelli solari

Acqua potabile dall’acqua di mare tramite pannelli solari!

(InsanelyNews) La Terra è un pianeta ricoperto di acqua.

Eppure sorprendentemente, meno del tre per cento è acqua potabile e dolce. Di quel tre per cento, circa il 68 per cento della nostra acqua dolce è completamente inaccessibile per gli esseri umani, chiusi all’interno di calotte polari e dei ghiacciai.

Tenendo presente la forte siccità in diverse aree del mondo, gli scienziati sono alla ricerca di modi per accedere a più acqua dagli oceani, ovvero li dove il 97 per cento di acqua del nostro pianeta risiede attualmente.

 

E‘ stato possibile, per qualche tempo, estrarre acqua potabile da acqua di mare.

Ma gli unici due processi attualmente presenti in commercio risultano inefficienti, perché richiedono troppa energia. Ora, grazie a una svolta nel processo noto come la distillazione, gli scienziati saranno in grado di creare una nuova tecnica per raccogliere acqua potabile dall’oceano tramite energia solare.

Questa innovazione non poteva arrivare in un momento migliore, considerando che il cambiamento climatico ha provocato siccità ed è diventato più comune negli ultimi anni.

 

Prima delle recenti scoperte, l’acqua di mare poteva essere “trasformata” solo in acqua potabile tramite distillazione o distillazione a membrana.

La distillazione regolare consiste nel portare l’acqua salata raccolta ad alte temperature raccogliendone il vapore, elaborando poi il vapore attraverso una bobina di condensazione. Il calore necessario per far bollire l’acqua consumata richiede una grande quantità di energia, rendendo il processo inefficiente.

Nel processo di distillazione a membrana, invece, l’acqua calda e fredda dell’oceano vengono condotte attraverso una membrana porosa, e il vapore dal processo viene così raccolto. Questa richiede leggermente meno energia elettrica dalla distillazione regolare, ma comunque molta energia. L’inefficienza di questi processi ha fatto sì che la loro utilità sia limitata. L’acqua dolce non poteva essere estratta su larga scala in modo sufficiente per soddisfare le esigenze di una popolazione sempre più assetata.

 

Ma ora, secondo i risultati di un studio della Rice University, sarebbe possibile estrarre acqua dolce dall’acqua di mare mediante un processo chiamato “a membrana solare -distillazione nanofotonica-enabled” o NESMD.

Come suggerisce il nome, questo processo è alimentato interamente ad energia solare. Utilizzando le nanotecnologie, NESMD converte la luce solare in calore necessario per produrre vapore acqueo tramite distillazione a membrana. Questo apparentemente piccolo cambiamento potrebbe avere un enorme impatto sulla diffusione della distillazione, e creare un significativo impatto globale, almeno secondo Qilin Li, esperto e ricercatore di trattamento acque alla Rice University.

 

Uno schema grafico diffuso dai ricercatori mostra le differenze tra il sistema di desalinizzazione “tradizionale” e quello innovativo:

 

Acqua potabile dal mare

Acqua potabile dal mare con i pannelli solari

Come ci spiega in una dichiarazione sulla loro ricerca:

“la desalinizzazione solare diretta potrebbe essere un punto di svolta per alcuni dei circa 1 miliardo di persone che non hanno accesso ad acqua potabile pulita. Questa tecnologia off-grid è in grado di fornire acqua pulita potabile sufficiente per l’uso familiare in un ingombro ridotto, e può essere scalato perfornire acqua per comunità più ampie.”

Come ci fa notare, l’ aspetto più importante di questa nuova tecnologia è quanto sia facile da riprodurre.

Questo perché il nuovo sistema utilizza lo stesso tipo di membrane già utilizzate nella distillazione a membrana. NESMD potrebbe essere facilmente integrato in almeno alcune dei 18.000 impianti di desalinizzazione dell’acqua attualmente operanti in tutto il mondo. Il suo gruppo di ricerca ha già sviluppato un sistema che utilizza un pannello a membrana piccola nel processo di distillazione, che potrebbe essere replicato per l’utilizzo ovunque.

“Si potrebbero assemblare questi insieme, proprio come si farebbe i pannelli in una fattoria solare” Li continua . “A seconda del tasso di produzione di acqua sarà necessario calcolare la quantità di area della membrana per determinare il fabbisogno giornaliero. Ad esempio, se avete bisogno di 20 litri all’ora, ed i pannelli ne producono 6 litri all’ora per metro quadrato, si dovrebbe ordinare qualcosa tipo 3 metri quadrati di pannelli.” 

Sembra probabile che, se tale tecnologia dovesse diventare ampiamente disponibile, gli impianti di dissalazione potranno essere installati ovunque, se si considera che i costi energetici rappresentano la metà della spesa totale del loro funzionamento. L’ambizioso progetto di ricerca è stato sintetizzato in un video diffuso sul web che linkiamo qui sotto:

Fonte: www.globochannel.com

Tratto da: sapereeundovere

rame tossico

Rame e Agricoltura, è allarme europeo: bisogna ridurne l’uso

(InsanelyNews) Il rame è ampiamente usato in agricoltura per combattere malattie e parassiti delle piante.

Per esempio da oltre un secolo è utilizzato contro la peronospora della vite, che può causare danni gravissimi alla produzione di uva.

E se da un lato è un metallo indispensabile per alcuni meccanismi biologici delle piante – gioca infatti un ruolo chiave nella fotosintesi e nella sintesi delle proteine – dall’altro però non ne va sottovaluta la tossicità.

Si deposita infatti nei primi strati del terreno, influenzando negativamente la vita microbica e lo sviluppo di batteri, alghe, funghi e lombrichi.

 

“Il rame che viene utilizzato come antiparassitario tende in pratica ad accumularsi nell’ambiente, in particolare nel suolo – spiega Stefania Tegli, ricercatrice del Dipartimento di scienze delle produzioni agroalimentari e dell’ambiente dell’Università di Firenze -. E, dal terreno, può raggiungere e inquinare le falde acquifere, determinando gravissimi rischi ambientali ed ecotossicologici su un ampio spettro di organismi e microrganismi”.

 

Per questo la Commissione europea ha finanziato con il fondo per l’ambiente LIFE+ il progetto After-Cu

 

(acronimo di “Anti-infective environmental friendly molecules against plant pathogenic bacteria for reducing Cu”), coordinato dall’ateneo fiorentino, che si prefigge di promuovere la riduzione dei composti di rame tradizionalmente utilizzati come battericidi in agricoltura, anche biologica.

“E ridurre l’utilizzo del rame come antiparassitario fa bene non solo all’ambiente, ma anche alla salute degli esseri umani e degli animali” ribadisce la biotecnologa agraria, responsabile del Laboratorio di patologia vegetale molecolare.

 

Non solo tossicità diretta dovuta al bioaccumulo del metallo nel terreno

L’uso ripetuto in agricoltura dei sali di rame come fungicidi e battericidi ha un effetto collaterale che non è assolutamente da sottovalutare: “il rame determina un aumento allarmante, nella microflora degli agroecosistemi, della percentuale di batteri resistenti agli antibiotici, che finiscono col costituire una sorta di serbatoio di geni per l’antibiotico-resistenza. Questi geni sono presenti su elementi mobili del loro genoma, i plasmidi, che possono essere trasmessi con facilità anche ai batteri patogeni di uomo e animali, rendendoli così a loro volta resistenti agli antibiotici e vanificandone di fatto l’azione profilattica e terapeutica in medicina umana e veterinaria” spiega Tegli.

 

Ecco allora che il fine di After-Cu

(con un budget di oltre 1milione e 200mila euro, cofinanziato dall’UE per il 50%) è testare la possibilità di sostituire l’impiego del rame come battericida con quello di piccole proteine innovative – che i ricercatori fiorentini hanno già sviluppato in laboratorio – dall’azione antinfettiva verso i batteri che causano malattie alle piante. “L’obiettivo specifico del progetto è dimostrare dunque l’attività anti-infettiva di questi peptidi che, a differenza degli antibiotici, non mirano a uccidere il batterio ma solo a disarmarlo, in modo tale che non possa sviluppare resistenza al trattamento. Sono molecole, cioè, antinfettive e non antibatteriche”.

 

“Recentemente – aggiunge la professoressa – sono stati già proposti interessanti esempi di nuovi fungicidi alternativi ai sali di rame, ma non esistono ancora sostanze analoghe attive contro i batteri patogeni delle piante. Carenza a mio avviso ancora più grave considerando che i cambiamenti climatici stanno ampliando l’area di diffusione di alcuni batteri fitopatogeni tipicamente estranei all’ecosistema europeo, così come stanno aggravando l’incidenza e la severità di quelli endemici”.

 

In particolare, i ricercatori vogliono valutare l’efficacia di queste proteine nel contrastare i batteri fitopatogeni Gram negativi, che sono tra i più diffusi e che provocano i maggiori danni in ambito vegetale.

 

“Cosa interessante è che i meccanismi che rendono questi batteri patogeni per le piante sono strutturalmente e funzionalmente conservati anche nei batteri Gram negativi patogeni per animali e uomo. Per cui, se questa strategia risulterà vincente, potrà in futuro essere facilmente trasferita anche in ambito medico e veterinario, con scarso rischio di sviluppo di resistenze a seguito di ripetuti trattamenti”.

 

Insomma, dal progetto biennale che è appena partito, i ricercatori si aspettano anche possibili ricadute sulla salute umana.

 

“Questo è sicuramente un risvolto non secondario della nostra ricerca, – spiega Tegli – poiché il controllo delle malattie di origine batterica, sia per gli esseri umani che per gli animali, dipende ancora esclusivamente dall’uso di antibiotici, per i quali esiste però il gravissimo problema, mondiale, che alla lunga i batteri sviluppano resistenze ai trattamenti, compromettendone in maniera allarmante l’efficacia. Quindi, poter contare su farmaci antinfettivi, da affiancare agli antibiotici, non è cosa di poco conto”.

 

Intanto, a partire dal 2002, per ridurre i possibili effetti negativi connessi all’utilizzo dei prodotti fitosanitari contenenti rame come sostanza attiva, sono state emanate disposizioni legislative comunitarie e nazionali: per esempio, nell’agricoltura biologica non si può superare la dose di 6 kg di rame per ettaro nel corso dell’anno.

 

“Del resto – conclude la coordinatrice del progetto After-Cu – secondo recenti studi condotti in vari Paesi dell’Unione europea, l’uso continuativo, dall’800 a oggi, dei sali di rame come fitofarmaci ha portato a concentrazioni tossiche del metallo nei terreni agricoli, con livelli che variano tra 100 fino a 1.280 milligrammi per chilo di suolo, contro valori di 5-20 mg per kg di suolo in quelle aree non usate per attività agricole”.

FONTI

lastampa.it

adnkronos

 

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